Federcave
Associazione Italiana tra Associazioni Regionali per le
Attività Estrattive.
BACINO MARMIFERO DI APRICENA (FG)
50 anni di evoluzione
nella coltivazione delle cave
Geom. Giorgio De Santis
Libero professionista specializzato nelle discipline minerarie
Tratto da: Quarry & Construction dicembre 97
Lo sviluppo intensivo delle cave nel bacino marmifero di Apricena (1)
ha avuto inizio dopo la fine della seconda guerra mondiale
a causa della notevole domanda del prodotto sia in Italia che in alcune nazioni
europee specie da quelle che subirono i maggiori danni alle opere pubbliche
e private a causa degli eventi bellici. Il numero delle cave, da qualcuna che
era in esercizio nel 1945, raggiunse il suo massimo storico, quasi un centinaio
(2), negli anni 70. Diverse piccole ditte e compagnie di
cavatori dettero il loro contributo allo sviluppo di nuove iniziative estrattive
pur in assenza di particolari incentivi ed appropriate agevolazioni.
Le cave erano coltivate artigianalmente secondo moduli tradizionali imperniati sulla forza del cavatore. Esse si ubicavano dopo preliminari accertamenti empirici dove il giacimento era quasi affiorante oppure dove aveva una debole copertura di "cappellaccio".
Erano per lo più del tipo "a fossa" a causa delle prevalenti condizioni pianeggianti dei luoghi.
La coltivazione della cava era in direzione e quindi secondo la pendenza delle stratificazioni che variava da luogo a luogo tra 5° e 20°.
L’altezza maggiore della parete della "fossa" non superava 10/15 m dal piano di campagna in quanto la cava occupava per lo più una limitata area ed anche perché la coltivazione si arrestava sul primo livello non tutto utile. L’estrazione dei massi si effettuava con un limitato impiego di polvere pirica nera usata in piccole mine progressive perforate con la "barramina" con esclusione di esplosivi detonanti. Nei banchi dove erano presenti litoclasi si infiggevano cunei e formelle che battuti con la mazza pesante provocavano il distacco dei massi.
Quando i giunti di stratificazione erano poco marcati la separazione dei massi dal banco sottostante si effettuava mediante fori orizzontali con il successivi forzamento di cunei. Il volume dei massi era limitato.
Lavorati nell’interno della fossa venivano sbozzati e rifiniti manualmente "a mazzetta", come pure talvolta anche "a scalpello", fino alla riduzione grezza del blocco nella forma parallelepipeda.
I blocchi erano trainati in superficie sul piano caricatore da un argano di tiro a mano facendoli scivolare sui "parati" e con l’ausilio di leve e martinetti traslati sull’ automezzo.
La diffusione delle gru-derricks ""a bandiera" con braccio inclinabile e accoppiate ad argani di tiro azionati da motori diesel. Più d’una nell’interno della "fossa" se era molto lunga. Oppure in superficie nei pressi del ciglio, ridusse i tempi di sollevamento e di carico.
Le misure dei blocchi aumentarono poi in quanto furono impiegate in maggior numero le perforatrici leggere collegate a compressori d’aria mobili azionati da motori diesel. L’introduzione dei primi caricatori cingolati di piccola potenza in seguito di maggiore potenza e capacità di carico costituì tra l’altro una svolta radicale nella rimozione dei residui. L’escavazione con il sussidio del "filo elicoidale" trovò scarsa applicazione. Solo qualche imprenditore si fornì di questo sistema di taglio meccanizzato che quasi subito fu abbandonato in quanto non praticabile.
La causa quasi sempre era dovuta alle intercalazioni stratoidi di sottili livelli di "terra rossa" (3) che facevano girare il filo a vuoto. L’uso della miccia detonante fece cessare del tutto l’impiego della polvere pirica nera dando più spazio alle dinamiti per l’abbattimento del "cappellaccio" da mina. L'introduzione di perforatrici pesanti su slitta provviste di carrello ha consentito volate di mine profonde per l’abbattimento della copertura calcarenitica-organogena che è potente anche fino a 20 m valorizzando quei giacimenti con varietà pregiate prima trascurati per mancanza di idonee attrezzature.
Nelle maggiori cave è stato provveduto ad installare centrali di compressione alimentate con energia elettrica di linea opportunamente trasformata, occorrendo un elevato volume di aria per l’azionamento di tutte le attrezzature di perforazione.
La produzione è aumentata anche in seguito alla sostituzione in certa misura delle perforatici leggere a mano con tagliablocchi a più "martelli" grazie all’aumento della velocità di perforazione dovuta alla spinta costante ed idonea.
L’impiego di "derricks" (a triedro) non ha avuto diffusione come in altri bacini marmiferi nazionali, sono stati pochi i "derricks" di questo tipo installati nelle cave, ora quasi tutti rimossi e venduti all’estero a Paesi in via di sviluppo, in quanto l’uso di grossi caricatori gommati a preso il loro posto. La rimozione e l’allontanamento dei residui ai cumuli è stato reso più veloce e competitivo con l’introduzione più numerosi di escavatori cingolati unitamente a potenti veicoli ribaltabili da cantiere.
L’installazione in diverse cave di impianti fissi a lama o a filo diamantato per la riquadratura e il taglio dei "marmi" ha integrato o sostituito, secondo i casi, l‘impiego delle segatrici elettromeccaniche a catena.
In conseguenza di questo ammodernamento in macchinari attrezzature e mezzi d’opera la produzione è salita a livelli da primato (80.000 mc/anno con 250 unità lavorative occupate sotto il profilo strettamente produttivo) pur nel ridotto numero di cave (25) rispetto al massimo storico degli anni ‘70, con vantaggio della competitività sui mercati.
Il tempo naturalmente ha selezionato gli imprenditori. Sono rimasti quelli più economicamente sani e meglio preparati culturalmente che hanno così potuto e saputo potenziare e riorganizzare le proprie imprese sia dal lato tecnologico che commerciale.
La diminuita occupazione dei cavatori che ne è seguita è dovuta però non soltanto alla contrazione del numero delle cave ma anche alla mancata formazione professionale dei giovani come. supporto fondamentale al ricambio generazionale.
Ad Apricena manca una scuola pubblica o privata che sia che con la teoria (in aula) e la pratica (in cava) formi i giovani cavatori secondo i nuovi profili professionali che la tecnologia ha imposto. Questa scuola potrebbe attrarre pure i giovani di altre località come possibile sbocco occupazionale alla preoccupante disoccupazione giovanile non soltanto del luogo.
1) L‘origine di Apricena è antichissima come testimonia il ricco vasellame rinvenuto in alcune tombe scoperte per caso. Federico II di Svevia (1194 – 1250) che per il suo attaccamento alla Puglia ebbe al suo primo apparire in Germania l'appellativo di "puer Apuliae" la predilisse tra l’altro per la caccia, la sua più grande passione. La tradizione vuole che Federico nel 1225 uccise, nei boschi limitrofi, un enorme cinghiale con cui banchettò a cena assieme ai cacciatori del seguito. L’avvenimento ebbe la sua consacrazione con l’assegnazione definitiva al luogo, che prima aveva un altro nome, dell'etimo del sostantivo con cui in latino si denomina il cinghiale "aper". Difatti il vessillo comunale rappresenta un cinghiale colpito da una freccia ed il verso "coena dat et aper in nomen tibi Apricoena".
2) Una buona parte di queste cave trovò sviluppo nella località San Sabino (vulgo: "tre fosse", in quanto erano attive tre cave "a fossa"). Nei terreni di proprietà dell’Ente di Riforma Fondiaria in Puglia, Lucania e Molise (così si chiamava all'epoca) poi divenuto E.R.S.A.P. (Ente Regionale di Sviluppo Agricolo in Puglia). Il motivo fu il venir meno dell'interesse agricolo da parte degli assegnatari a causa dell'esiguo spessore del terreno vegetale. A questi si sostituirono numerosi gli imprenditori estrattivi in quanto il giacimento marmifero era quasi affiorante ed anche perché il possesso del terreno era a costo zero. A parte la discutibile ubicazione sparpagliata delle cave, ora sono quasi tutte cessate. Resta poi l'onerosa eredità dei tanti cumuli di residui posati disordinatamente. Pertanto pesante sarà la spesa di ricomposizione di tutto il territorio. Senza escludere l'importanza che queste cave hanno rappresentato per l'occupazione in tempi di difficili sbocchi lavorativi resta però il fatto, pur dando merito alla sensibilità sociale dimostrata dall'Ente, che se avesse salvaguardato con più attenzione la sua proprietà, invece di abbandonarla, non ci sarebbe stato tutto questo abuso.
3) La "terra rossa" rivela alla composizione mineralogica un alto contenuto in ferro è in allumina libera. Essa è presente in particolare sul Gargano nel fondo delle valli e sopra le sommità pianeggianti coperte di vegetazione.
Quarry & Construction dicembre 97